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QUEEN CHARLOTTE®. Dal salmone rosso selvaggio Sockeye omega 3 (ω-3) ed astaxantina alleati per il benessere cellulare

Un’alimentazione sana e bilanciata deve garantire quotidianamente il giusto ed equilibrato apporto di un’ampia e variata gamma di nutrienti sì da consentire a tutte le cellule dell’organismo di mantenere (o recuperare, se compromesso) uno stato di benessere ottimale. Questo concetto vale in modo particolare per un gruppo di sostanze, definite biologicamente “essenziali”, che l’Uomo non può produrre a partire da substrati  più semplici e che, pertanto, deve necessariamente ingerire attraverso il cibo. Purtroppo, mentre è ormai assodato che qualsiasi regime nutrizionale deve fornire tutti gli 8 amminoacidi essenziali e tutte le vitamine, non c’è ancora sufficiente sensibilità nei confronti degli acidi grassi poli-insaturi.

Gli acidi grassi poli-insaturi (poly-unsatured fatty acids, PUFA) sono particolari varietà di acidi carbossilici, idealmente assimilabili, a livello ultrastrutturale, ad una sorta di “collana” le cui perle sono unità di atomi di carbonio (da 16 a 24 ed oltre) ed il cui filo ne mima il legame chimico, singolo nei cosiddetti saturi e doppio nei cosiddetti insaturi.

Gli acidi grassi saturi (es. palmitico e stearico) sono di origine prevalentemente animale (grassi propriamente detti), mentre quelli insaturi, ulteriormente distinti in mono- insaturi e, appunto, PUFA, sono presenti nella carne, nel pesce e nei vegetali, oltre che in alcuni loro derivati, gli oli.

I PUFA, a loro volta, comprendono, da un lato, gli ω-6 (il cui capostipite è l’acido linoleico) e, dall’altro, gli ω-3 (il cui capostipite è acido linolenico), esibenti funzioni biologiche in qualche modo contrapposte: generalmente infiammatorie ed  aterogene quelle dei primi (rappresentati dall’acido arachidonico, distribuito nelle carni ed alcuni oli vegetali), decisamente anti-infiammatorie e protettive per il cervello ed il cuore quelle dei secondi (rappresentati dagli acidi eicosapentaenoico o EPA e docosoesaenoico o DHA, distribuiti in semi, alghe ed alcune specie ittiche, quali lo sgombro ed il salmone).

Gli acidi grassi tendono ad aggregarsi generando molecole più complesse, quali i fosfolipidi che, a loro volta, sono le unità costitutive elementari delle membrane cellulari. Il giusto equilibrio tra le varie classi di acidi grassi saturi, monoinsaturi e poli-insaturi (ω-3  ed ω-6) garantirà alla membrana quelle performance strutturali (resistenza e, nel contempo, fluidità) che sono alla base delle sue complesse quanto indispensabili funzioni: ricevere e trasmettere segnali (attraverso i recettori), mediare il passaggio selettivo di gas e nutrienti (attraverso i vari sistemi di trasporto attivo e passivo), generare una  differenza

 

di potenziale (attraverso i sistemi di pompa ionica), fornire il supporto strutturale ai sistemi di riconoscimento immunitari (attraverso gli antigeni), etc.

In tale contesto, mentre gli acidi grassi saturi e quelli monoinsaturi possono essere sintetizzati a partire da substrati più semplici e, in definitiva, anche da fonti non lipidiche (glicidiche o, all’uopo, amminoacidiche), i PUFA, non disponendo l’organismo del relativo corredo enzimatico (a causa del deficit congenito di desaturasi specifiche), devono essere introdotti come tali, e nel giusto rapporto ω-6/ω-3, attraverso l’ingestione di una serie di cibi che li contengono ed ai quali si è sopra fatto cenno.

Purtroppo, l’attuale modello alimentare è caratterizzato da un eccessivo introito di acidi grassi saturi e da uno squilibrato apporto di PUFA, con un rapporto ω-6/ω-3 fino a 20:1 rispetto a quello ideale che lo vorrebbe intorno a 4/5:1. Talvolta, poi, la qualità  stessa dei PUFA è scadente, a causa di una serie di alterazioni chimiche – specialmente perossidazione lipidica e conversione cis-trans – indotte su queste sostanze o all’origine, dai procedimenti di lavorazione dell’industria alimentare o, una volta ingerite, dallo stress ossidativo cellulare, fattore emergente di rischio della salute conseguente ad un eccesso di radicali liberi ed altre specie reattive (vedi anche in seguito).

Squilibri nutrizionali e/o processi degradativi di questo tipo si traducono in  alterazioni specifiche della composizione in acidi grassi delle membrane. Infatti, una cellula che sta andando incontro alla mitosi, prima di duplicare il suo patrimonio genetico deve “riprodurre” la propria plasmamembrana e, quindi, deve avere a disposizione tutti gli acidi grassi di cui necessita, nei giusti rapporti e, possibilmente, integri dal punto di vista chimico. Il problema si pone ovviamente per i PUFA e, in modo particolare, per gli ω-3, che derivano esclusivamente dall’alimentazione. Se questi sono in quantità insufficiente al fabbisogno, la cellula, non potendoli sintetizzare ex novo, sarà costretta a prelevare dal sangue quelli ad essi più strettamente affini (magari un ω-6 o un monoinsaturo): essa non morirà, ovviamente, ma lascerà “in eredità” alle sue cellule figlie una membrana con una composizione chimica non ottimale e, quindi, potenzialmente malfunzionante. Se il difetto non viene corretto, esso si accumulerà nei cicli riproduttivi successivi, fino a rendersi evidente attraverso alterazioni di tipo degenerativo o displastico che potranno condurre la cellula persino alla necrosi o all’apoptosi. Questo concetto vale non solo per le cellule dotate di rapido ricambio (es. cute ed annessi, intestino, sangue) ma anche per quelle  che, come i neuroni, pur non riproducendosi, necessitano di un continuo ricambio dei componenti molecolari di membrana soggetti ad usura. Non è difficile immaginare che, prima o poi, il sommarsi di questi eventi molecolari aberranti non corretti emergerà sul piano clinico attraverso la comparsa o l’aggravamento del decorso di malattie infiammatorie, degenerative o neoplastiche.

Pertanto,  ridurre  la  sintesi  endogena  di  acidi  grassi  saturi  (attraverso   regimi

 

normocalorici, bilanciati), migliorare l’apporto di PUFA della serie ω-3 (attraverso alghe, semi oleosi e pesce) e ridurre il contributo di PUFA della serie ω-6 (attraverso un più moderato consumo di carne ed insaccati) restano raccomandazioni generali sempre valide per una reale prevenzione delle grandi pandemie del nostro tempo: malattie cardiovascolari, diabete mellito, obesità, sindrome metabolica, malattie  neurodegenerative, infertilità di coppia, osteoporosi, insufficienza renale cronica, broncopneumopatia cronica ostruttiva, cancro, etc.

Tuttavia, se si vuole stabilire con livelli ragionevoli di affidabilità il reale e personale fabbisogno di acidi grassi, in senso sia qualitativo (tipo) sia quantitativo (dose), ci si può sottoporre ad un esame lipidomico (FAT PROFILE®) messa a punto da un gruppo di ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna. Esso consiste nella determinazione del profilo degli acidi grassi delle membrane eritrocitarie assunte come marker e reporter delle plasmamembrane delle altre cellule dell’organismo: dai suoi risultati (espressi attraverso una tabella, un grafico e un indice di  rischio),  opportunamente “incrociati” con i dati clinico-anamnesitici, è possibile formulare un percorso nutrizionale e, all’uopo, nutraceutico, realmente personalizzato. Infatti, quando per varie ragioni l’alimentazione non consente di soddisfare, attraverso il cibo, il  fabbisogno di ω-3, può essere indicato assumere un integratore.

Nell’attuale panorama dell’offerta nutraceutica, l’olio estratto dal salmone rosso selvaggio Sockeye dell’Alaska (Oncorhynchus nerka), commerciato sotto forma di capsule molli da 1 grammo come QUEEN CHARLOTTE®, rappresenta – nel contesto di un corretto stile di vita – una valida soluzione.

Secondo quanto dichiarato dal produttore, l’Oncorhynchus nerka rappresenta una delle specie ittiche edibili più sane ed apprezzate dell’Oceano Pacifico. Il ciclo di vita relativamente breve (4 anni) e, quindi il peso non eccessivamente elevato raggiunto in età adulta (3 kg), l’alimentazione a base di alghe, zooplancton e piccoli crostacei (fonti naturali di PUFA ed antiossidanti essenziali) e, non ultimo, la lunga permanenza allo stato  selvaggio in laghi incontaminati, gli conferiscono, al momento della pesca qualità nutrizionali uniche, senza alcun rischio per la salute umana. Gli esemplari vengono pescati allo stato selvaggio – non si tratta, quindi, di prodotti ittici da allevamento – in accordo alle leggi internazionali, nel rispetto dei cicli della pesca sostenibile, solo tra maggio e settembre, con una produzione, quindi, limitata, che li rende particolarmente pregiati. L’Oncorhynchus nerka, inoltre, è certificato come prodotto ittico sostenibile di qualità dalla MARINE STEWARDSHIP COUNCIL, organo canadese per la tutela delle specie marine e del sistema ecosostenibile.

L’olio – sempre secondo il produttore – viene estratto dalla testa del salmone (fonte preziosissima di nutrienti lipofili) per  semplice  premitura meccanica e     immediatamente

 

lavorato a basse temperature, seguendo procedure controllate, in armonia con gli  standard delle aziende farmaceutiche: ne vengono così ad essere contemporaneamente garantite non solo la purezza (è categoricamente esclusa la diluizione con altri oli) e la qualità nutrizionale (nonché il titolo) delle sostanze metabolicamente attive in esso contenute (ω-3, antiossidanti e vitamine liposolubili), ma anche il profilo di sicurezza; infatti, l’olio non contiene né solventi né additivi né conservanti né coloranti, non viene sottoposto a processi di deodorificazione ed ogni possibilità di contaminazione da parte di derivati del grano e del latte è praticamente esclusa; l’assenza naturale, poi, di metalli pesanti lo rende un prodotto praticamente privo di tossicità, anche per periodi prolungati di assunzione.

La composizione chimica in acidi grassi dell’olio QUEEN CHARLOTTE® è riportata in tabella 1.

 

Tabella 1. Composizione in acidi grassi dell’olio QUEEN CHARLOTTE®*

Classe

Acido

Sigla

Contenuto %

Saturi (SFA)

Miristico

14:0

5.8

 

Palmitico

16:0

21.1

 

Stearico

18:0

3.3

 

 

Totale

30.2

Monoinsaturi (MUFA)

Palmitoleico (ω-9)

16:1

8.7

 

Oleico (ω-9)

18:1 (9c)

26.2

 

Vaccenico

18:1 (11c)

5.6

 

 

 

40.5

Poliinsaturi (PUFA) ω-3

linolenico

18:3 (ALA)

2.6

 

Eicosatetraenoicco

20:4 (ETA)

1.6

 

Eicosapentaenoico

20:5 (EPA)

10.9

 

Docosopentaenoico

22:5 (DPA)

2.3

 

Docosoesaenoico

22:6 (DHA)

9.5

 

 

Totale

26.9

Poliinsaturi (PUFA) ω-6

Linoleico

18:2 (9c, 12c)

2.4

 

 

Totale

2.4

Acidi grassi trans

 

 

0.0

*Analisi eseguita presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna.

 

Accanto alla presenza di acidi grassi saturi, normali componenti biochimici delle membrane, a livelli peraltro inferiori a quelli mediamente riscontrati negli eritrociti umani (30-45%), l’olio QUEEN CHARLOTTE® è particolarmente ricco di acidi grassi mono-  insaturi; infatti, accanto al prezioso acido oleico (tipico dell’olio d’oliva), contiene un buon livello di acido palmitoleico (4-8 volte di più dell’olio d’oliva), che è considerato non solo un’adipochina (ossia una molecola segnale in grado di favorire il trasporto dei grassi dal tessuto adiposo al muscolo) ma anche un importante marcatore di longevità. Questi due acidi sono spesso indicati come ω-9.

 

La componente PUFA ω-3 è molto ben rappresentata, poiché comprende praticamente l’intera serie, a partire dal precursore acido linolenico fino al metabolita terminale, il DHA, passando attraverso EPA e DPA. E’ da ricordare che l’acido    linolenico  è presente in pochissimi alimenti, praticamente solo nei semi e nell’olio di lino e, in misura minore, nelle noci, per cui la sua presenza conferisce un ulteriore valore nutrizionale aggiunto, anche in considerazione del fatto che esso funziona da efficiente precursore dell’EPA (medesima azione può essere svolta dal DPA nei confronti del DHA).

Trascurabile, poi, ma del tutto fisiologica, la presenza della componente PUFA ω-6, che può risultare comunque utile in alcune situazioni flogistiche: infatti l’acido linoleico è precursore dell’acido diomo linolenico (DGLA),  una  sostanza  ad  azione  antiinfiammatoria ed immunomodulatrice.

Ad una valutazione globale di questo profilo emerge che gli acidi grassi insaturi, componenti fondamentali delle membrane cellulari, costituiscono quasi il 70% di tutti gli acidi grassi riscontrati; inoltre, il rapporto saturi/monoinsaturi (che in una membrana normale non dovrebbe superare il range 1.7-2.0) è inferiore all’unità (0.7), mentre quello ω-6/ω-3 (che in una membrana normale non dovrebbe superare il range 3.5-5.5) è inferiore a 0.1.

A margine di quest’analisi, occorre rilevare che il “tallone di Achille” di tutti gli oli di pesce è la suscettibilità all’insulto ossidativo che è direttamente proporzionale al contenuto dei desiderati ω-3. Infatti, ogni doppio legame costituisce un potenziale bersaglio per specie chimiche ad azione ossidante, quali le specie reattive dell’ossigeno (reactive oxygen species, ROS), attraverso fenomeni di conversione “cis-trans” e di perossidazione. La  prima genera residui acilici a struttura geometrica comparabile a quella degli acidi grassi saturi, con evidente irrigidimento della membrana. La seconda, invece, dà origine ad una catena di eventi che si conclude con la frammentazione della molecula di PUFA fino ad aldeidi, ancora potenzialmente tossiche, con turbe ancora più gravi della struttura e delle funzioni della membrana. Le analisi dimostrano che l’olio Sockeye non solo è praticamente privo di acidi grassi trans – recentemente messi al bando dalle autorità statunitensi per i documentati rischi per la salute umana associati al loro consumo – ma esibisce anche un basso titolo di perossidi (inferiore a 4, rispetto ad un valore consentito fino a 20 per gli oli extravergini di oliva). Questi 2 elementi, fondamentali per il profilo di qualità e sicurezza nutrizionale, insieme alla peculiare composizione chimica, costituiscono una prova praticamente diretta che l’olio è stato estratto con metodi naturali.

Inoltre, l’olio Sockeye contiene anche quantità interessanti di vitamine liposolubili della serie E, D e K, e livelli analiticamente apprezzabili, mediante determinazioni LC/DAD/MS2 eseguite presso l’Università degli Studi di Torino, di astaxantina libera. Nel loro complesso, queste sostanze assicurano la protezione della componente   poli-insatura

 

dell’olio da fenomeni di degradazione ossidativa. In particolare, l’astaxantina che esibisce un potere antiossidante mediamente 10 volte più elevato di quello di altri carotenoidi e

100 volte più elevato rispetto alla vitamina E, proprio per la sua particolare struttura chimica, con il segmento intermedio, non polare, a base di doppi legami coniugati in successione, favorisce la rimozione e la delocalizzazione degli elettroni ad alta energia liberatisi dai radicali liberi nel bilayer lipidico, mentre con le due estremità polari può attenuare, assorbendola, l’energia di altri ossidanti, quali l’ossigeno singoletto, generatisi sui versanti acquosi (esterno ed interno) della membrana, per una protezione antiossidante totale.

QUEEN CHARLOTTE® è disponibile in perle da 1000 mg. Il dosaggio quotidiano raccomandato è di 2–4 perle al giorno, distribuite nei due pasti principali, che  garantiscono un apporto quotidiano medio di circa 400 mg di EPA e 380 mg di DHA (a dosaggio pieno), con quantità variabili di astaxantina, in funzione del lotto di produzione. L’integrazione può essere personalizzata sulla base di un profilo lipidomico degli acidi  grassi della membrana eritrocitaria (FAT PROFILE®). Una confezione (120 capsule) è sufficiente per 30–60 giorni di integrazione.

QUEEN CHARLOTTE® è un integratore alimentare naturale notificato e registrato presso il Ministero della Salute, come riferisce il produttore. Non essendo un farmaco, esso non possiede “indicazioni” nel senso stretto del termine né può sostituirsi ad alcun trattamento medico.

QUEEN CHARLOTTE® è suggerito sia a scopo preventivo sia come coadiuvante, nel contesto di uno stile di vita salutare, in tutte le situazioni in cui per svariate ragioni l’apporto di acidi grassi della serie ω-3, attraverso le loro fonti naturali (in primis il pesce) risulta insufficiente al fabbisogno dell’organismo ovvero il consumo dei medesimi è in qualche modo aumentato: stress psicofisico, diete sbilanciate, inadeguata attività motoria, abuso di farmaci, malattie infiammatorie, alterazioni del metabolismo lipidico, disturbi cardiocircolatori, alterazioni del sistema immunitario, dermatiti, etc. QUEEN CHARLOTTE®, infine, può essere utile sostegno all’alimentazione dello sportivo.

 

 

 

Salerno, 23 gennaio 2014.

Dr Eugenio Luigi Iorio, MD, PhD

 

Presidente dell’Osservatorio Internazionale dello Stress Ossidativo

 

Riferimento scientifico. Iorio EL, Ferreri C. Lipidomica. In: Trattato Italiano di Medicina di Laboratorio, di Angelo Burlina. Piccin, Padova. 2009. Volume IX. Pp. 341–350.

 

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